21 ottobre 2016 - Duccio, il giovane Giotto ed il cantiere di S. Maria Novella alla fine del Duecento

I capolavori anche più noti spesso vengono percepiti in un'aura di solitudine, cui li ha destinati l'estrapolazione museale. La grande Maestà del giovane Duccio di Buoninsegna, ora agli Uffizi, dipinta dal senese per la chiesa dei domenicani fiorentini, Santa Maria Novella, si presta ad un esercizio esemplare. Fu commissionata nel 1285 dalla compagnia dei Laudesi, vala a dire da un'associazione laicale che si riuniva tutte le sere, dopo il vespro, per recitare le laudi davanti all'immagine della Madonna. Queste forme collettive laicali organizzavano le commissioni più prestigiose alla fine del Duecento, prima della proliferazione delle commissioni individuali e familiari, sugli altari secondari, collegate al cosiddetto iuspatronato, che esplose con il passaggio al Trecento. Questo periodo di vertiginosa evoluzione è quello che vide l'erezione della nuova fabbrica gotica di Santa Maria Novella. I laudesi inizialmente si riunirono in una cappella del transetto destro, probabilmente quando il transetto solo era eretto e sfruttato come chiesa provvisoria, orientata diversamente. La tavola di Duccio si collega infatti alla decorazione murale dell'intera cappella, dedicata a San Gregorio. Di questa rimangono tracce apparentemente minime, cancellate già nel 1336 quando la cappella passò al patronato dei Bardi e venne ridecorata da un forte giottesco bolognese, lo Pseudo-Dalmasio. Attraverso una rilevazione con scanner laser è stato possibile ricucire i resti della decorazione duccesca e ricostruire una decorazione spettacolare, in cui il Duccio sperimentò illusioni finto architettoniche aperte al gusto gotico d'oltralpe e l'intarsio di vistose Fasce coloratissime su fondo nero, ispirate alla miniatura. Era un'esibizione caleidoscopica, importante come provocazione per la formazione di Giotto, figlio di un fabbro del popolo di Santa Maria Novella, che pochi anni dopo per la chiesa domenicana realizzò la grande Croce. Duccio fu quasi un secondo maestro per Giotto, dopo Cimabue, anche se la strada da lui imboccata, di rigoroso razionalismo nell'illusione dello spazio e di moderazione degli splendori cromatici duecenteschi, emuli dell'oreficeria, muoveva in direzione diametralmente opposta.