Venerdi 10 marzo 2017 - Il velo della colpa a cura di Silvana Bartoli

L'orgoglio della nostra civiltà occidentale, fondato su diritti universali e libertà individuali, è disturbato dal velo femminile ormai identificato col mondo musulmano. Fino a quando è lontana, l'alterità può anche essere un percorso di studio o di viaggio molto interessante, quando si fa così prossima diventa fastidiosa e ingombrante. Eppure il velo femminile, che ci appare così alieno dal nostro sentire, appartiene alla nostra storia e tradizione occidentale non meno di quanto appartenga a quella arabo-musulmana. Il patriarcato, su cui si è fondata per secoli la nostra cultura e di cui stiamo vedendo l'inesorabile agonia, è un sistema a dominio maschile e sudditanza femminile, sostenuto e benedetto dalla chiesa cattolica secondo la quale le donne sono le prime responsabili della tentazione che induce i maschi alla violenza. Il corpo femminile ha un potere tentatore: come chi ha commesso un errore deve aver vergogna a mostrarsi agli altri, le donne devono coprire il capo perché portatrici di peccato. Se questo messaggio è presente anche nella tradizione giudaica, sono gli scritti cristiani che detengono il record dei commenti sul legame tra la colpa di Eva e la natura malvagia di tutte le donne. Da Paolo di Tarso in poi, molti altri interpreteranno il testo di Genesi(3, 1-7) insistendo sulla necessaria subordinazione delle donne. Figlie di Eva, dunque eredi della sua colpa, le donne devono essere umili, obbedire ciecamente ai comandamenti della Chiesa, ovvero piegarsi all'obbligo di un abito che evochi lo stato di eterne peccatrici, riscattabili solo se sottomesse all'uomo e, precisa Tertulliano, ogni donna deve sapere di essere "janua diaboli": la porta che consente al demonio di entrare nel mondo. Dunque il velo, in Oriente come in Occidente, è la parola di un uomo sul corpo di una donna.